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December 18, 2011
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Qualche Verso di Giovanni Camerana...

Autore influenzato da temi Scapigliati e con una visione raffinata sepolcrale e necromane riverbata d'Autunno...





COROT

è Autunno. Il parco tanto verde un dì
splendido tanto,
intirizzisce nella nebbia. il canto
cessò nei rami; ogni allegria finì.

è il triste Ottobre. I fracidi sentier
son seminati
di foglie gialle e piene d'acqua; i prati
fumano, come un immenso incensier.

Sullo stagno, che attonito squallor
che strana calma!
Forse lenta nel fondo erra la salma
di qualche ondina dai capelli d'or.

Le bacian l'alghe flessuose il piè
fatto di neve;
non è una morta, è un'ombra bianca e lieve
una ideale trasparenza ell'è.

Nel buoi specchio rigato qua e là
di un tenue filo
bianco, immerge la selva il suo profilo
la selva sacra per antica età.

è Autunno, è il pianto funebre, il respir
dell'agonia;
gravi echi d'arpa e strofe d'elegia
paion dal lago e dalla selva uscir....

(1878)



PIRANESI

Quando, angoscioso come una sventura
striscia e pesa sui campi il sepolcrale
buio notturno, e ragno enorme, il Male
trama in silenzio la sua tela oscura

io per le vacue vie, lungo le mura
gialle, ove eccheggia e si dibatte e sale
l'incubo, io sogno un sogno mio spettrale;
e il ricordarlo, e il dirlo, m'impaura.


(1881)



BASILEA

....Ripenserò la buia Cattedrale
piena di tombe, e i grandi archi echeggianti
l'immane organo urlante ancora udrò.

Case fosche, atre vie, ponti sonanti,
spettri macabri, austera Cattedrale
Addio!....Son l'Ombra che fra voi passò!

(1882)




NOTE MORENTI

.....Montagna e di viola finissimo; e fra i torvi
tronchi, e nei rami brulli, abitati da corvi,
splende, fornace enorme, tempesta incandescente,
d'oro, d'ambra, e di sangue, l'autunnale ponente.
E quell'orgia di brace, la campagna profonda,
il tugurio, funerea macchia meditabonda,
e dei tronchi e dei rami le buie forme nude
si specchian capofitte nella plumbea palude.

(1882)





VALPERGA

Cupo, nella funerea
notte, a luna calante
il cipresso gigante
fiancheggia il color vecchio
del rozzo campanil.

Di notte, enigmi tragici;
le piante paion spettri,
le finestre, occhi tetri;
per la facciata livida
si arrampica il terror.

(1883)


MATTUTINO

E salmeggiano ancora
laggiù, dentro la gotica
navata, le fantasime
bianche; è scoccata un'ora
nella notte, che innonda
l'anima di tristezza
profonda.

...tutto -i boschi, le nebbie,
le rupi - tutto è spettro.
Tutto è spettro, ed innonda
l'anima di caligine.
Profonda.

...La tomba oscura innonda
tutti i dolori di requie
Profonda

(1885)



CANICOLA

Tempo di morte, sepolcral coperchio
di angoscia e d'afa nella cupa estate;
o lemuri di fiamma che tremate
sull'immenso dei campi arido cerchio.

(1904)


....Sui viventi sepolcri, che vedranno
altre tenebre ancor, tu prega, o Statua,
prega, o raggiante, e prega anche per me!

(1892)



Io sognai. Nella bara la vergine,
come un giglio consunto, giacea;
Sull'occiduo chiaror malinconico
il suo greco profil si pingea (nota della critica letteraria: questo verso può essere visto come un allusione al fatto che la Morte, nel viso della fanciulla, acquista una bellezza classica, che per definizione, è la bellezza ideale)

....Cupo sogno, presagio funereo!..
La mia Musa, oh segreti d'Iddio!
Era quella defunta: quel gemito,
Ahi sventura! Era il gemito mio.

(1865)


Guarda lo stagno livido!
Che confusi bagliori, e che mistero!
Come nel fondo si spande il crepuscolo
Vermiglio e nero!

....le basse nebbie allungandosi
come fantasmi e incombono sul denso
stuolo di giunchi e sulla cupa requie
del piano immenso



Questa è l'ora in cui piovon le rugiade
sui fiori dei prati e sui martirii umani
l'ora in cui il vento e l'onda l'ira cade

(1891)



HELDER

Le tetre dune sfuman nel crepuscolo,
le vigilanti del nordico mar;
Desolati profili, enormi tumuli,
catene eterne del nordico mar.

...Un fil d'ombra divien la freccia gotica
dei mulini il torneo strano finì.
Sul cielo giallo nereggiano le immobil
braccia di spettro; il bel sogno svanì.


(1883)


BEETHOVEEN

Fino al gemito uscente dalle tombe!
Dorme sul drappo negro, ella, il bel fiore,
pallido e biondo, e l'atra notte incombe

(1885)


VALLE D'ANDORNO

Dimenticarti
non posso. Plumbeo sulle mura gotiche
dove affogo i miei dì. sul medioevale
declivio grave di torri e di freccie
pesa il cielo autunnale.

Dimenticarti,
non posso. E quando nei brumosi vesperi
scendo le mute vie bagnate d'ombra
le lacrimanti vie, le solitudini,
Morte, che l'erba ingombra.


(1889)



NOTTURNI

L'ombra i suoi riti celebra;
dorme la terra mesta.
E la mia stanca testa
dorme sull'origlier.

Fra il sonno un lieve battere
d'ali e un triste lamento
passar per l'aria sento
con lugubre mister.

Morta! e mi sveglio in lacrime.
Son quieti gli orizzonti,
e biancheggia de' monti
il nitido profil.

Tetro delirio! Brivido
Profondo!...E intanto i prati
esalano beati
l'inno primaveril.

(1867)




AD ARNOLDO BOCKLIN

IV

Plumbeo mar, sepolcrale isola, cime
lugubri alto surgenti, alto invocanti
delle rupi, o flegrei canti e compianti
densi di erranti strofe in bieche rime

porto di tombe pallide, sublime
cattedral di cipressi alto imploranti
sugli eroi, sui poeti e sugli amanti
l'amplesso eterno che ogni duol redime.

Voi tra i gorghi e le Sirti del mortale
sogno, al di là degli uragani, voi,
bianche rive di oblio, Tebe ideale,

Voi siete come la crescente voce
d'organo, immensa fra il tumulto, a noi,
fascino e calma nel tumulto atroce

(1900)


ELI! LAMMA SABACTHANI!

Tenebra di sepolcro. Biancheggiava
sotto la tenebria universale,
come un lembo lunar, la città prava.
Dall'arche i morti uscian: L'antemurale

(1894)


LE MADRI

Tre sono. Circonfuse dal profondo
Inacessibil Tenebror. Tre sono
e si chiaman "le Madri". Oscuro suono,
ignoto ai tempestosi echi del mondo.

Al di là di ogni spettro ed ombra, in fondo,
alla region del sotteraneo tuono,
seggono immote in sul terribil trono,
meduse ambigue, senza forma e pondo.

Esse, che uguali al Fato eterne stanno,
stringon la chiave del feral problema.
Non cominciaron mai, non mai cadranno;

Surgono immani, e forse a noi parventi
quando affondiam nell'agonia suprema;
Spavento esse avernal tra gli spaventi.

(1899)



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Riporto qualche poesia di CECCARDO ROCCATAGLIATA CECCARDI (1871-1919)

Autore dalla vita sfortunata, in costante miseria...

Le sue poesie sono molto introspettive, spesso legate solo a paesaggi spettrali...
con costanti riferimenti alla morte e alla malinconia.

Storicamente, conobbe il D'Annunzio, e si potrebbe fare un paragone tra i due...



VIALE DESERTO

Svolgonsi sul vial, silenziose
l'ore di luna.Splendono i sedili
come in un sogno d'infiniti aprili
macchie di rose
che dilungano in candido filare
per rive ombrose dove tale il vento
e in mezzo scorre un lento scintillare
d'acque d'argento.
Scende il viale: ed un orror aduna
le ombre. E da l'ombre piene di spaventi
escon fantasme da le risplendenti
ali di luna, e vanno con un pallido fruscio
fra i grigi orrori e le marmoree panche
-spiriti di ricordi nell'oblio de l'ore bianche
e come incenso diafano di morte
rose dileguan pel silenzio.-Il Cuore
trema. Oh l'eterno sogno de l'amore
e de la morte!


VERSI TRISTI

Oh quando nelle notti limpide i cieli piangono
stelle d'argentea brina
che dice coi canori
suoi lamenti che dice
nel cipresseto placido
l'usignolo a le belle dormenti sotto i fiori?


UNA SERA D'INVERNO ALLA FINESTRA

...una divina
malinconia mi bacia
e di sua ombra
mi ravvolge.Io sospiro
e il mar, intanto,
già irrequieto sotto il pallor lento
dell'occaso sereno illividisce
e il gemer cresce.Quel mutar del giorno
ne la notte, io pendendo a la finestra
immobil seguo e una tristezza eterna
con disperata illusion ne libo.


IL PIOPPO

Melanconia che da cipressi apprese
orror d'ombre solenni e antico oblio
siede, o pioppo, talor al mormorio
de le tue fronde a luna alta protese


IN MORTE DI DUE BIMBI INNAMORATI (è molto lungo; riporto qualche verso)

Il cipresso tentava
con la guglia l'azzurro ed un tralcio di vite
gli sia vvolgeva, salendo con un lento sussurro
d'amante.
E non sapeva l'uno che da sentiero
di morte egli cresceva
e non sapeva l'altra
che le foglie d'autunno
s'arrossano a la brina
come sangue, ed al vento
cadono come gocce
di pianto.


I VOLTI DOLOROSI

Nei volti dolorosi, su le pacate fronti
brilla quietamente effuso, un pallor d'alba
e ne gli occhi ristagna la visione scialba
dei paesi che sognano a l'ombra dei tramonti.
Sotto, l'occhiaie incavansi
come un vecchio sentiero
cui rosero infinite
piogge silenziose;
e i labbri che un oscuro poter, come le rose
morte nei libri, strazia, parlano di chimere
talor la fronte sfiora una carezza d'ale:
la morte? e come un breve spiraglio d'opale
che si svolge tra nuvole misteriose,
gli occhi intravegon lo scorcio d'un paese fiorito
meravigliosamente; trema il cuore e i ginocchi
tremano. E il labbro esangue
mormora: oh, l'infinito!


FANTASMI AUTUNNALI

Ecco la morte, o cuore; non senti l'autunno che viene
e in man la falce tiene pei sogni e per l'amore?
ecco: già invade i giardini tra un'onda di nebbia, le spalle
cariche di farfalle morte e di gelsomini.
E invade le colline dal culmine d'oro sognante
sul glauco ciel tramante di guazze settembrine.
Oh strade di campagna ne l'ombra dei vespri perdute.
pallide strade mute, dove la pioggia stagna,
ed egli va, a passo lento, le siepi e le rame spogliando
foglia a foglia strappando, fra un singhiozzar di vento!
Già dentro l'umida pieve, nel'albe tra file di ceri
(fuori i cipressi neri tremano al rezzo greve)
scende il pievan di velluto vestito d'or (una squilla
pianger rauca, oscilla, fuori sul borgo muto)
e dice ai morituri: la morte sentite? oh, pregate
per quante son passate, bimbe, gigli sui muri,
pregate pace per quanti mai più tornan dai profondi
capi brinati e biondi, bocche e cuor, palpitanti!
Tu dolce amor lo sai e pensi: l'autunno già viene
e in man la falce tiene: non tornerò più mai.
Che importa se maggio inonda di petali rossi e niveali
gli orti, e di frulli d'ali? Se d'un riso di bionda
luce, le case inonda? Le rose, a novembre, un dì morte,
non sono mai risorte su da la nebbia fonda!
Oh quando batton l'ore dei tristi adii supremi
non vale, o cuor, se gemi, non val se piangi, amore,
un gel di morte ne invade ed ogni sogno si sfoglia:
perfin l'ultima foglia de la speranza cade!
Le mani strette ai miti colloqui, le bocche tra baci,
i volti che di paci rosee il sol ha fioriti
stan larve taciturne in fondo all'anima quali
posano nei ducali orti, tra fonti ed urne
(e dietro sfuman scene di pallida luce soffuse)
l'iddie pagane schiuse le forme al ciel, serene
offron quelle bellezze antiche cullate su l'anche
l'agili membra bianche, nido di tenerezze;
ma sotto il marmo langue la vita (che freddo!) e l'ondate
sue tiepide e rosate mai più vi slancia il sangue.


COLLOQUIO SENTIMENTALE

Nel freddo parco ove le nude rame
drizzansi tinte di grigio, ne la bruma,
e per gli umidi viali si consuma
la rosea reliquia del fogliame,
-nel parco- tra l'alèè gialle e brinate,
due ombre proprio adesso son passate.
Son senza sguardo le pupille: morte;
appena un'eco di parole smorte
arriva -appena- ne le nebbie immote:
son molli i labbri e pallide le gote.
Due fantasmi nel parco desolato
hanno evocato il fulgido passato...
...vanno così nel parco dove i rami
-nudi- torpon ne l'aria senza sole:
la notte sola intende le parole:
e la terra è la reliquia dei fogliami.


LE RASSEGNATE

L'une -fantasme pallide, smarrite
come in un sogno d'autunni lenti
l'estrema gioventù varcan silenti
ne la penombra de le case avite.
Oh le fanciulle che non son partite
spose! - o, con i diti in umili opre intenti,
beltà sfiorite- o cuor tiepidi spenti:
tutte sacre al'olivo umili vite!
E mamma invecchia: un risplendor che trema
roseo, e accenna, inseguono i fratelli.
Oh amore! E in casa odora il crisantema.
Ed esse estasiate in una pia
vision d'azzurro, pregano, mute: Ave, O Maria.



IL VIAGGIO ETERNO

Una pace diffusa di colore
come nei vespri d'un ottobre mite
quando le selve sono ancor vestite
di foglie ma già un tenue pallore
s'insinua pel verde e un'indistinta
malinconia vien dilagando in cuore,
e l'anima si sente ognor sospinta
verso un'ignota meta di dolore....
un cielo bianco, bianco e sonnolento
un paesaggio dalle tinte smorte;
dir si poteva: è il regno de la morte.
questa pianura queta e senza vento?
Io viaggiava verso lei malata,
a piedi e solo, ed ero molto stanco,
era la vista mia come annebbiata
dal polverio de lo stradale bianco.
Era la mente mia una tristezza
senza confine, come un mar di bruma
che fluttua via via, e mai l'alluma
neppur di vespro pallida dolcezza.
Oh! Io voleva affrettarmi e mi sentia
come un legame a' piedi -che tormento!-
non potea camminare, era la via
così lunga e concesso solo un lento
passo per volta!
...non l'avrei più veduta,
mai più, mai più veduta! O dolce e bella
faccia, o di rose solatie tessuta
faccia che non baciai ma che m'ha riso
forse ora la fatal ombra di morte
t'ha scolorito? ....son le guance smorte
la bocca è chiusa e non ha più sorrriso!


OMBRE DI GUINDOLO

Discendeva la sera con lacrimanti veli
di cenere e d'oblio su la muta pianura
gli alberi si torcean
con la pensosa paura
da l'ombra de la terra ai fantasmi dei cieli.


MADRIGALE BARBARO

Ad uno ad uno cadono i petali
d'un giglio sotto l'estiva pioggia,
gemmati di polline d'oro
pio ricordo de' baci del maggio.
Così nei giorni di dolor torbidi
via dagli umani le gioie migrano:
ma l'alma non crede e riposa
nel miraggio de' tempi passati.


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ARTURO GRAF


FANTASMI

Mezzanotte: fremendo l'orïuolo
i lenti squilli nel silenzio esala;
è mezzanotte; pensieroso e solo
io seggo in mezzo alla profonda sala.

Splende d'un lume abbacinato e fioco
delle finestre il gotico traforo;
come una nebbia di stemprato foco
raggian nel buio i lacunari d'oro.

Nel ciel cui spazza il gelido rovaio,
dietro i frastagli d'una guglia bruna,
come uno scudo di forbito acciaio
il disco sale della colma luna.

È mezzanotte; una mortai quïete
il freddo e sonnolento aere ingombra;
un organo s'addossa alla parete,
e con le terse canne allista l'ombra.

Io guardo innanzi a me lo steso arazzo,
e a poco a poco, trasparenti e pure,
veggo apparir sul fondo pavonazzo,
colorirsi e passar care figure.

Larve di donne innamorare e morte,
coronate di gigli e d'amaranti,
belle, soavi, in cheta estasi assorte,
piene di carità nei lor sembianti.

Passan lente e leggiere, in compagnia,
e tornano a vanir nell'aer scuro;
io veggo la dipinta anima mia
istorïarsi a mano a man sul muro.

L'organo si ridesta; entro le cave
trombe gorgoglia un gemebondo nato;
trema un canto nell'aria arcano e grave,
il canto della morte e del passato.



PALLIDA MORS

Mentre intorno ai fioriti e scintillanti
deschi sediam entro dorata sala,
e dalle tazze traboccanti esala
il sonoro e gentil spirto dei canti;

mentre ferve la gioia, e accende il volto
alle fanciulle e scalda il sen di neve,
dieiro i serici arazzi il passo greve
e il riso acuto io della morte ascolto.

E gli occhi, pieno di sgomento il core,
ficco nei viso a mi orïuol beffardo,
e il negro, maledetto indice guardo
per l'angusto volar cerchio dell'ore.

Mi guardo a fianco, e sull'amata fronte
veggo di tratto inaridir le rose,
e spegnersi il balen dell'amorose
luci che al mio piacere eran sì pronte;

illividir le tempie ed il soave
labbro farsi di gel, sciorsi le chiome,
e sulla sedia arrovesciarsi, come
morto, il bel corpo illanguidito e grave.

E mi s'agghiaccia il cor; falso né vero
più non discerno, non rido, non piango;
ma, con le braccia al sen, muto rimango,
immobile, a guatar l'empio mistero.



SIMULACRO

Dal marmoreo fonte
ritto si leva il bianco simulacro:
ancora par che dal selvoso monte
Diana scenda al gelido lavacro.

Le fredde ignude membra
un arcano e sottil spirito avviva;
ancora sui divini omeri sembra
che balzi e suoni la faretra argiva.

Sotto l'arco del ciglio
immobilmente la pupilli guata,
guata dell'onde il lucido scompiglio
e l'ozïosa danza interminata.

Sulla fronte superba
un'ombra di pensier tacito vaga,
misterïoso desiderio, acerba
reminiscenza, fantasia presaga.

Dimmi, ricordi i chiari
gioghi d'Olimpo, il ciel liquido immenso?
De' numi il lieto popolo, gli altari
su cui bruciava l'odorato incenso?

Ricordi tu le serve
dense, al fragor dell'irruente caccia
alto sonanti, e le inseguite belve,
e i can travolti sulla lunga traccia?

Ricordi i lieti e vaghi
recessi dove dal sanguigno ludo
posavi? i monti solitarii, i laghi
ove immergevi il divin corpo ignudo?

Ricordi i baci ardenti
d'Endimïone * e il venturato scoglio?
del mal vinto pudore i turbamenti
soavi e il novo femminile orgoglio?

Ricordi ancorar? Or dove,
dov'è quel tempo e quel felice mondo?
ove il tuo culto e il nume tuo giocondo,
superba figlia dell'egioco Giove?

Buon per te che sei morta!
Il pellegrin dolente e affaticato
ti passa innanzi, e meditando il fato
de' numi erge la fronte e si conforta.



TESCHIO

In mezzo a una pianura erma e scoverta
sorge la gran piramide d'un monte,
che, solcata da' fulmini, la fronte
avventa al cielo minacciosa ed erta.

L'uom di lassù potria mirar le glorie
di cinquanta città: opere e fasti
d'antiene genti, aite ruine e vasti
regni, teatro di famose istorie.

Sopra una guglia dritta acuminata,
a cui l'aquila il voi drizzar non osa,
un teschio ignudo e solitario posa,
e muto spettator dall'alto guata.

E pensa? E' par così meditabondo!
e così triste! O nudo teschio e vano,
o teschio pien d'un gran pensiero arcano,
dimmi, per dio, che pensi tu del mondo?



SANGUE

Strano licor! nell'infingarda creta
qual'arte arcana, qual poter t'instilla?
Vive per te la sciagurata argilla;
vive: il ciel può saper quanto n'e lieta.

Nullo acume di mente o di pupilla
può penetrar la tua virtù secreta;
bagni l'inerte fibra e irrequieta
vampa l'imperscrutata anima brilla.

Tu fomenti il pensier; dal cor profondo
reggi estuoso della vita il gioco,
mesci gli effetti in turbolente gare.

Strano licore! ogni tua stilla è un mondo;
e non conosce i tuoi fervori il foco,
e non conosce le tue rabbie il mare.



LO SPECCHIO

Nella mia cameretta ove l'amica
luna dal ciel traguarda e il sol morente,
sovra il camin pende uno specchio, antica
d'arte venezïana opra lucente.

L'immacolato vetro intorno intorno
di negro legno una cornice accoglie,
ove industre scalpel, con stile adorno,
fiori e frutta intagliò, viticci e foglie.

D'empia Medusa al negro cerchio in cima
la turpe faccia boccheggiar si vede;
scolta è nel legno e viva altri la stima,
e dall'aspetto orribile recede.

Lo specchio d'un baglior pallido brilla
da soli antichi nel cristal piovuto;
oh, la sua grande, immobile pupilla5
sa dio le orribil cose che ha veduto,

nei marmorei palazzi, entro secrete
stanze, o di simulati usci pel vano,
lucida e tonda in mezzo alla parete,
che sorda, muta, custodia l'arcano!

Or più non serba e non respinge indietro
larva né segno del veduto mondo;
lucido, eguale, immacolato il vetro
si stende come un lago senza fondo.

Talor mi pongo a riguardar furtivo
entro il suo lume, quando il giorno muore,
e nel vedermi, e nel sentirmi vivo,
d'orror mi rempio, mi s'agghiaccia il core.

E l'empia Gorgo mi saetta addosso
l'atroce sguardo e mi trapassa dentro;
vorrei fuggire e il piè mover non posso,
immobil guardo ed impietrar mi sento.

( a cura di Conde de Lemur, darkitalia.it)


SUPERSTITE

Della chiesa superba
questo avanzo rimane
quattro livide mura,
un arco immane, la distesa scalea,
vestita d'erba.
Dal ciel guata
la luna l'Ignudo altar
gl'inscritti sepolcri
e il muto pulpito e i diritti pilastri
cui la fosca edera abbruna; e gli altri vaneggianti
finestroni all'ingiro,
ove sui fondo d'oro e di zaffiro
un giorno sfavillar
madonne e santi
tra le deserte mura
tutto è silenzio e morte d'una vita che fu,
d'un'altra sorte
un solo e vivo testimonio
or dura dietro alla vota occhiaia
dell'oriuolo incombe
alla ruina e le forbite trombe ancor
lo smisurato organo appaia.
Ancor grandeggia e brilla sotto la buia volta
e par che intuoni a un popolo che
ascolta l'orror del dies irae dies illa.
Ma nè fianchi l'intendo fiato
più non comprime, più non rompe terribile e sublime
dalle canto sue bocche il canto immenso.
E sol malora, quando nei cilindri
sonora d'ingorga un venticel, l'aria di fuori
freme d'un canto doloroso e blando.
E sulla sponda estrema della grigia parete
alcun pallido fior morto di sete sul flessuoso
stel palpita e trema.


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Trascrivo qualche verso di Salvatore Quasimodo.....


Elegia

Gelida messaggera della notte
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte.
A illuminare le tombe ignote
i derelitti resti della terra fumante.
Qui riposa il nostro sogno
e solitaria volgi verso il nord
dove ogni cosa corre senza luce alla morte
e tu resti.


Al 15 di Piazzale Loreto

La nostra non è guardia di tristezza
non è veglia di lacrime alle tombe.
La morte non da ombra quando è vita.


Latomie

Sillabe d'ombre e foglie sull'erbe
abbandonati si amano i morti.
Odo. Cara la notte ai morti, a me specchio di sepolcri,
di latomie di cedri verdissime
di cave di salgemma
di fiumi cui il nome greco è un verso
a ridurlo, dolce.


Già vola il fiore magro

Non saprò nulla della mia vita, oscuro monotono sangue


Salina d'inverno

Ecco, s'acerba disumano
il transito di uccelli di palude nel'aria vuota.
Pianto di nuovi nati.
Tra muschi grami, a supplizio splende la pietra livida:
deriva sull'acqua una radice naufraga
una foglia ancora verde superflua alla terra.


Isola di Ulisse

Ferma è l'antica voce.
Odo risonanze effimere, oblio di piena notte nell'acqua stellata.


Metamorfoso nell'Urna del Santo

I morti maturano,
il mio cuore con essi.
Pietà di sè nell'ultimo ha la terra.
Muove nei vetri dell'Urna una luce di alberi lacustri.
Mi devasta oscura mutazione, Santo ignoto:
gemono al seme sparso larve verdi:
il mio volto è la loro primavera.
Nasce una memoria di buio in fondo a pozzi murati,
un'eco di timpani sepolti:
sono la tua reliquia patita.


Nell'Antica Luce delle maree

Città d'isola, sommersa nel mio cuore,
ecco discendo nell'antica luce delle maree,
presso sepolcri in riva d'acque che una letizia scioglie d'alberi sognati.


Io mi cresco un male

Grato respiro una radice esprime d'albero corrotto:
io mi cresco un male da vivo
che a mutare ne soffre anche la carne.


Antico inverno

Desiderio delle tue mani
chiare nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose; di morte.


Acqua Morta

Acqua chiusa, sonno delle paludi,
che in larghe lamine maceri veleni
ora bianca ora verde nei baleni, sei simile al mio cuore.
Il pioppo ingrigia d'intorno
ed il leccio; le foglie e le ghiande si chetano dentro, e ognuna ha i suoi cerchi
d'un unico centro sfrangiati dal cupo ronzar del libeccio.
Così, come su acqua allarga
il ricordo i suoi anelli, mio cuore,
si muove da un punto e poi muore:
così t'è sorella AcquaMorta.



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Vorrei riportare alcune poesie di Guido Olivieri (nato a Grotteria, sulla costa jonica, il 26 ottobre 1956) tratte dal suo libro "Essere fiume" (1994) casa editrice Il Veliero....non sono sicura che sia reperibile al di fuori della provincia di Varese, dove il poeta vive...così ho pensato di riportare qualche suo verso...


è DI FOGLIE IL MIO CUORE

è di foglie il mio cuore
rosso dell'autunnale fuoco
e così ugualmente
tristo
è di foglie
leggero
che il cielo accoglie
mutando l'ora
in vento
e il vento
in tempo
nel vorticoso spargersi
dei giorni
nel suo sottrarsi
lento.


FANTASMI

Sospesi
a un filo d'acqua
stanno i fantasmi
ombre.
Lamine taglienti
accarezzano riflessi lunari
mancano due ore all'alba,
un assassino fugge
con un cuore nel sacco.


DI TE MI NUTRO

Sonore linee orizzontali
la tua voce leviga
la corteccia del cuore
corteggio i tuoi occhi
con parole di tramonto
di te mi nutro
nelle sere d'autunno....


ALL'ALBA IL SOLE

Fuori e
nel sottoscala
ormai più non piove
rane meccaniche
gorgogliano
fra griglie di fogna
sordidi vicoli
vomitano ombre curve
profumi esotici
galleggiano leggeri
nel sogno dei topi
fugge viscida la notte.
All'alba
il sole ci sorprende
ancora abbracciati.


GABBIANO

Piange il gabbiano
il suo amato amore
sotto il pontile
sull'onde
galleggia
un sogno trafitto.


STANCHE PALUDI

Nell'attimo in cui
la ragione
non lascia trasparire
illusioni
tutto sprofonda
inesorabilmente
nelle bianche,
stanche
paludi di primavera.


CORRONO

Corrono
come vento
fra la palafitte
voci rapite alla radura
millenni smussati,
meravigliosi odori,
luci, colori, ombre...
si è levato
dal fondo dell'oceano
come melma,
un grumo acre di sogno
anonime rupi presagiscono la fine.


DOPO LA MAREGGIATA

Il gioco di luci
del teatro cinese
illumina gli orizzonti
rarefatti del sogno
aldilà della soglia
si stende la spiaggia
dopo la mareggiata,
senza orme, senza respiro
aldilà del sogno
sorge la terra
incontaminata dalla libertà
amo pensare all'infinito
il fruscio delle tue vesti
come vento
che viene dalle montagne
ed io soccorro
i miei ricordi
disordinati e sparsi.


NON IL GABBIANO

Bianco un gabbiano,
ali cineree,
plana come un'ombra
sul deserto buio
di una notte africana.
Onde magnetiche
segnalano un mare inesistente,
preistorico
la morte
è tecnologicamente avanzata
non il gabbiano.


MAI GIUNGONO I GIORNI

Mai giungono
i giorni
coperti
di ghirlande fiorite
ad attenuare
il chiaro scuro
sordo
all'urlo silenzioso
del mimo.


ESSENZIALE SETE

Il mio passo segue
la strada
dell'essenziale sete
dove la verità
scorre a fiotti
dove i dirupi
timorano i più.
Ritorneranno dal viaggio
con gli occhi consumati
il cuore arso dalla luce
io, resto qui a morirne.


IL SOGNO SI COMPIE

è raccolto il sogno
nello specchio del cielo
ma il vento
spesso
spinge fino a noi
dai bordi dell'infinito
i raggi di una luna dolce
ed il sogno si compie
fra le strade
di polvere e asfalto su cui moriamo.


AUTUNNO

Mi coprirò di ricordi
come di foglie morte
e lascerò che
mi riscaldino il cuore.


ROVINE SUPERBE

Ho incontrato
ai cancelli della notte
un' ombra
io sono il tuo passato -mi dice-
e queste sono le rovine,
ciò che resta...
mi porge un drappo rosso
e una ciocca di capelli biondi
e indicando l'orizzonte...
ormai il tuo è tempo di tramonto
accendi un fuoco, sei alle soglie della notte.
Mi guardai le mani, guardai il drappo,
la ciocca e pensai:
rovine superbe!


GABBIANI

Mi accogli
vento di lievi profumi
tenere labbra
cancelli fragili di mare
sospiri sulla costa
nella notte
fra l'ansimare dell'oceano
ed il pulsare delle stelle
dove si raccolgono
gabbiani
ad aspettare
che l'impeto si quieti
delle spumose onde
dell'infrangersi dei corpi
per poi formare
archi infiniti
arcobaleni di luna
nel cielo...



VENTINOVE MARZO

Minuta
lieve
voce di vento
sulle rupi, fra sentieri...
Nei miei occhi primavera
madre di cieli in fiamme
corpi sospesi a un filo
ampolle di luce
al centro dell'universo
piccoli satelliti
astronavi proiettate in un remoto viaggio
ad esplorare silenzi
sull' arcuata linea del tempo.


IL PERDONO NON VERRà

Sovrastanti l'ombra lunare
stanno i corpi
vorticosamente mossi
scatole intelligenti,
ossa, gusci di difesa
preparano il pensiero
all'impatto con l'idea...
moriture cellule
mordono
sotto una pelle elegantemente tesa
le onde,
radiazioni prive di idea
nate dal genio,
nate dall'idea
sparse su corpi
come cenere
il perdono chiesto non verrà,
la condanna eseguita
non salverà nessuno,
nemmeno Dio!

++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++


Riporto qualche poesia di questa bravissima poetessa, ELENA BONO, davvero da brividi.

RINGRAZIO Claudia Murachelli "Fallen Angel" , senza il cui aiuto questo topic non sarebbe potuto esistere..!



DA "I GALLI NOTTURNI"

Ella sorrideva ai marinai
Ella sorrideva ai marinai,
li attirava alla taverna.
Ma poi di nascosto chiedeva
lunghi racconti di mare,
i grandi venti i gabbiani
le nebbie le isole di corallo
la verde luna oceanica
quando si innalza dai ghiacci.
Poche notti era sola.
In quelle notti pensava il mare
i venti i gabbiani
le grandi nebbie e la luna.
E la luna quando è così sola
così nuda tra i ghiacci
e non la ricopre nessuno.


TRAMONTO DI ELENA:

L'abbandonava la sua bellezza,
chissà dove fuggiva
immemore di lei
spietata.
E accanto le venivano i morti
né ella più li scacciava:
solo ad essi appariva
come un tempo preziosa
remota
nel suo scintillare,
quale appare il ghiacciolo
solitario sospeso
ai fastigi del tempio
nella notte lunare.

I GALLI NOTTURNI

Mezzanotte. I galli
si chiamano
rispondono
distanti.
Ed ora il mare si solleva
come un grande sospiro,
verso il cielo,
ora le stelle altissime
nel loro giro
stanno immote
e fatali,
sospeso è il sonno dei dormienti
ed i morenti trascolorano
in attesa.
D'ogni lontananza i galli
chiamano
e nessuno risponde.
Fortezza inespugnabile serrata
tace la notte;
dai bastioni si innalza
il grido delle scolte
e misterioso appare
quanto il silenzio,
e pauroso.
Quasi che il tempo stesso gridi l'ora
e si spaventi del suo grido;
il tempo insonne
pallido solitario
sugli spalti
a contemplare
come si smorzi il grande
sospirare dei mari,
lente declinino le stelle
e vastamente intorno
fluisca il sonno sulle cose
quale fiumana tacita
che tutto travolga
e tutto riconduca alla sua foce.

FENICOTTERI

Viene la sera e accende, quasi richiamo, i suoi fuochi
su tutte le vette dei monti:
fiammeggiano,
a picco su nere valli,
castelli di corallo.
Giù, nelle valli nere stagni invisibili mandano
gelidi lampi d'argento,
splendono qua e là luci vive:
i fenicotteri bianchi.
Bevono lungamente le gelide acque,
lungamente si chiamano,
o chiama forse ognuno la sua eco,
e l'ascolta stupito,
guardano altri
quel magico cerchio di fuochi
sulle montagne.
Ma il loro non è che un passare:
né alla roccia mai apparterranno,
né alla palude,
né a cosa alcuna di terra.
Attendono solo la notte
e i grandi cieli pieni di vento,
sognano il volo soltanto
altissimo quieto
e il lento migrare con gli astri
in sciami lucenti.

TRAMONTO D'INVERNO IN UNA CHIESA A RAVENNA

Quando avrà freddo

portate il mio cuore a Ravenna.

Forse i selvaggi cavalli del mare
sfrenati corrono le onde,
le bianche criniere fiammeggianti sopra i marosi;
folle nitrire sovrasta l'immenso ansimare delle acque.
E li sprona la sera che viene veloce
su dal profondo del mare,
forse la sua verde ombra
si allunga già sopra le cose pietrificate.
Tutto sarà tra poco
naufragio e terrore,
ulular di marosi su tutta la terra,
alto sibilar della sferza che incalza spietata.
Ma qui
su cieli d'oro come risplendono
le candide vesti dei Santi,
estatici gigli
e all'infinito ne fiorisce il giardino.
All'infinito. Lasciate
che si richiudano le acque sopra di noi,
pur che nulla qui venga cambiato
e intatto affondi un tesoro
che fu sempre nascosto.
Ché questo è salvarsi: restare
là dove è ciò che non muore,
eternamente immuni d'ogni timore
In nave sommersa
dolce cosa ascoltar la tempesta,
sognare di Dio che è nei cieli
dal profondo del mare.


DA "ALZATI ORFEO"

SANTA GIOVANNA

Preghiera prima della battaglia
Bel principe
signor San Michele,
prendete, ve ne prego, buona spada
e venite con me.
Questo è il campo,
principe San Michele;
ora a voi il comandare
a noi il seguire.
Dovunque s'alzerà la vostra voce
noi saremo.
Breve è il tempo,
signor San Michele
e breve la preghiera,
ma una cosa vi voglio domandare.
Non ritornate questa sera
su nei vostri stellati accampamenti
senza per questo campo ripassare.
Quelli di noi che troverete
col viso nella terra
vi prego non voltate
se amico o se nemico
per vedere.
Nelle tende di Dio
conduceteci tutti a riposare.


PIANTO NELLA CATTEDRALE

I ben vestiti signori viso di volpe
le sibilanti dame coda di seta
il re con in testa la donata corona
tutti sono andati.
Tanto lontani i Santi delle vetrate
quanto i lontani pascoli della Lorena.
Puoi piangere, Giovanna,
fra i gigli d'oro e muti delle bandiere.
Io so, Giovanna:
un petto non può contenere
il cuore che in sé tutto ha contenuto.
Cadano le tue lacrime
fra i gigli tristi e muti delle bandiere.
Eppure tu, ragazza della Lorena,
tu che prendevi in braccio l'agnello stanco
tu di me non dovresti dubitarlo
che io lasci in terra a lungo il mio agnello stanco.


LAMENTO DI GIOVANNA

Se uno solo fosse rimasto con me!
Non rimase che il mio cavallo.
Voi brucerete le mie carni,
ma il mio cuore fu già bruciato.

Lamento di David sul gigante ucciso
La notte è troppo pesante sopra il mio capo,
la luna non s'alza
non s'alza dalle colline,
io grido
e non mi risponde la terra di bronzo.
Ma ieri chiamavo la luna su quelle colline
e il giovane vento a giuocare
nella foresta
e i cani e le nuvole
l'acqua del fiume
ed il sonno.
Docile sonno, o mio agnello perduto
io non so dove.
Giuochi che David
non giuocherà mai più.
Se io fossi morto, mia madre
piangerebbe su me,
s'io fossi ferito, qualcuno
laverebbe il mio sangue.
Non piange nessuno
se in qualche parte ho perduto
il mio vergine cuore;
se grondo del sangue di un altro
nessuno mi lava.
Tutti laggiù fanno festa,
io sono qui solo
con quello che ho ucciso.
Alzati, rosso gigante
ammucchiato ai miei piedi,
riprenditi il tuo respiro
le cento teste
e l'ira
e le armi di bronzo.
Ridammi la semplice fionda
e il mio cuore
il mio veloce cuore
in corsa sulle colline.
Tu non rispondi, gigante di bronzo.
Terra, tu non rispondi.
E sia pure così.
E' inutile gridare.
Dunque la luna ieri
non si alzava per me.

PROSERPINA

Ed anche quella sera
ella correva
con le care compagne nella valle
e fuggiva a nascondersi
perdendo
qualche petalo lieve
dalla sua
ghirlandetta di rose.
Ma la tradiva tra le foglie
la chiara veste e il tenue
profumo delle rose
ed il vivo vibrare del cespuglio
al suo piccolo riso
spaventato.

Ancora quando
viene la sera nella valle
ritornano a giuocare le fanciulle
bianche correndo fra le ombre,
ed ancora taluna
parla di lei,
di quella sera quando
sparì,
e come arcanamente
nulla di sé lasciando
che la sua
ghirlandetta di rose.
E non v'è strada alcuna
fra le piante
per poterla inseguire
e troppo grande è il buio
della notte che scende nella valle

ORFEO

Come da lui si fu partita
senza addii la sua donna
e il demone che ha alati
piedi fosforescenti,
egli giaceva sulla nera soglia
inanimato.
Allora saettò giù dal cielo
il dio solare,
stette crucciato sul suo capo
e disse:
«Così tu giaci indegnamente
Orfeo,
sulle soglie dei morti,
senza la donna tua,
senza memoria di te.
Era questa la via per ritrovare
le tue cose perdute,
queste squallide rive dell'Averno
e gli dei sotterranei?
Mangia, Orfeo,
chè a te piace
la polvere dei morti,
scorda per essa
il dio solare
e la sovrana virtù
che a te le piante
e gli animali
e terra e cielo conduceva.
Ascolti, Orfeo?
Che cosa tu rispondi
ad Apollo?»
Egli piangeva muto
il suo pianto mortale.
E il dio solare riguardava,
sospirò dal profondo cuore
e disse:
«Un giorno così Apollo
una virginea rosea traccia
inseguiva
per boschi e valli aereamente
Dafne chiamando.
E già l'odore
dei volanti capelli
gli giungeva
e tremante nel vento
la paura
come alone lucente a lei d'intorno,
quando ad un tratto
ella svanì
e solo e dritto avanti al dio
solo un alloro
verdeggiava.
Ed anch'io piansi, Orfeo,
per una lunga
notte infinita.
Ma non lei richiesi
ai freddi iddii fosforescenti
sotto la terra,
non bussai le porte
durissime dell'Ade.
Solo,
io la richiesi al cuore mio
e all'affanno
celeste della lira,
che risorgesse ancora
a me davanti
rosea, tutta tremante
nel suo alone lucente.
Orfeo, mi ascolti,
ascolti il dio
tuo che ti parla?
Alzati, Orfeo,
e s'alzi dal tuo canto
Euridice bellissima
e le mortali cose perdute
e le immortali sperate.
0 cuore della terra
Orfeo
cuore del cielo.»


PICCOLA ITALIA

Dicevi: - A primavera -
Dicevi: - A primavera
a primavera faremo un gran ballo
sul prato di fianco alla chiesa,
aprile dovrà ben venire -.
Aprile è venuto:
trenta e più primavere passate,
non ci fu poi quel ballo
dei partigiani sul prato,
tu non lo sai.
Tu non sai tante cose
da allora.
Tu ed io seduti ancora
sopra il muretto
a picco
sulla vallata,
lo sten qui posato tra noi,
tu dondolando impaziente
le gambe nel vuoto
battendo indietro i talloni
contro il muretto,
il sole rosso negli occhi
addosso l'odore di neve
i verdi anni che hai sempre.
Ti guardo, caro, ti guardo.
Tu non sai quante cose da allora,
ed io non so dirti
il mio cuore pesante
il cuore
che a poco a poco affonda
come una pietra.
Forse anche questo è tradire.
Mi vergogno del cuore che ho adesso.
Con occhi subito inquieti
domandi che cosa.
Io scuoto la testa: no, nulla,
non è nulla, mio caro.
Sì, a primavera quel ballo…

SEVERINO

Muoiono anch'essi
i Paladini di Francia,
muoiono anche le stelle.
Quante volte vedendo
alle gole di Roncisvalle
giungere Orlando
altissimo biondo
lucente
più d'un diamante
volevi gridare:
- Ah! non entrasse Vossia! -
e all'uomo dietro le quinte
togliere i fili di mano.
Togliere i fili
di mano alla sorte
è vietato:
Orlando può solo
morire da Orlando
e del suo stesso fuoco
una stella morire.
- Chiddi so' grandi persuni.-
Quelle son grandi persone,
tu un qualunque ragazzo
di Ustica
o di Acireale.
Su quella piazza quel giorno
davanti alla chiesa,
a cavalcioni sopra una sedia
le mani legate
la faccia rigonfia
poggiata sullo schienale,
i mitra già dietro puntati
la gente d'intorno a vedere
il terrone che muore
ma com'è lungo a morire.
Com'è lungo morire
tenere la bocca serrata
ancora una volta
ancora una volta e ancora
alla voce che dice:
- La vita in cambio d'un nome.
Avanti, che cosa è poi un nome? -
No, che cosa è la vita,
risponde il tuo cuore.
Che cosa è la vita,
anche a Orlando
alle gole di Roncisvalle
dovette rispondergli il cuore
in piedi guardando i nemici
venire come fa il mare
egli stringendo la spada,
tu con le mani legate
dietro la schiena.
- Chiddi so' grandi persuni. -
Quelle son grandi persone,
tu un qualunque ragazzo
di Ustica
o di Acireale.



ALL'ITALIA CHE HA COMBATTUTO SUI MONTI

Piccola Italia, non avevi corone turrite
né matronali gramaglie.
Eri una ragazza scalza,
coi capelli sul viso
e piangevi
e sparavi.

STANZE PER RINALDO SIMONETTI "CUCCIOLO"


Fucilato perla libertà nei boschi di Cálvari dove era nato pochi anni prima.

I

Quel giorno come oggi
gelidamente febbraio
gocciava dai castagni;
tu salisti a piedi nudi
questa strada di sassi
che a precipizio scendevi
coi tuoi scarponetti da festa
facendo scintille
la domenica mattina
tante volte tante volte,
e la prima fu quando
nel tulle del battesimo bianco
venisti alla pieve
sul seno ansante e fiorito
della madrina orgogliosa.
- Voglio morire con loro
voglio morire coi grandi -
abbracciando quelle ginocchia
fosti accontentato:
dieci corpi piú uno,
undici corpi ed una corda
su per la salita,
a questa costa dove
parlavi coi castagni
cercando fragole e funghi
i tassi e le lumache
il muschio del presepio
con le dita arrossate
quante volte perdendoti
a guardare
le nuvole fumanti via tra i rami
cosí tacite e diverse
da ogni cosa della terra
che nessuno le può imprigionare.
Oggi si dice Messa fra i castagni
all'altarino dell'Addolorata
coi vostri nomi in oro
e se tu potessi
vedere le fiammelle
che i parenti hanno acceso
per le balze sull'erba
che è soltanto il sudore
gelato di febbraio
oggi a bagnare.


II

Fucilato è una parola importante
e tu te ne fai bello
nel tuo cimiterino
fra i candidi vecchioni
e i bambini lattanti
e le ragazze che invece dell'arancio
ebbero una corona di fiori di carta.
T'ascoltano tutti
con grave attenzione ammirati,
ma che cos'è la libertà
questo non ci riesci
per quanto ti provi
a spiegarlo
e finisce che sempre
con un grosso sospiro
ti smarrisci a guardare
nuvole e nebbie che vanno
insieme alla luna.
I morti nella terra
i vivi nelle case,
gli altri prendono sonno
e soli ad ora ad ora
gridano i galli.
Supino ancora guardi
quelle lunari nuvole andare
di là dai castagni
come una volta.


III

Nessuno te l'ha detto
che un animo da re ci vuole
per entrare negli alti
palazzi della morte,
non da qualunque porta
alla rinfusa gettati
ma dalla grande entrata
a testa dritta
graziosamente
recando le ferite come fiori in dono
mentre il Signore si affretta all'incontro
giú per la scalea aprendo le braccia.
Nessuno te l'ha detto,
ragazzo di campagna.
Ma cosí tu sei entrato.


INVITO A PALAZZO

So di una ragazzetta che lavava lavava
So di una ragazzetta che lavava lavava
- striminzita e gobbina -
i panni della gente
nelle acque del Si Kiang.
Bianchissime le vesti
che la ragazza lavava;
di gran lunga più bianca
la sua veste interiore.
Assunte le sembianze di un Principe Reale
le promisi ricchezze
se veniva con me.
Assunte le sembianze di un vagabondo piagato
le imposi di lavare cenci e piaghe
ripagando con pietre
ed invettive.
Rifiutò le ricchezze del Principe Reale.
Con bel sorriso accolse
le pietre e le invettive
del vagabondo piagato.

Io quando sono stanco
della vostra potenza,
della vostra bellezza mal usate,
e del vostro dolore mal sofferto
e delle vostre gioie mal godute
e del vostro far male tutto quello che fate,
nelle mie proprie Sembianze
discendo al Si Kiang,
non faccio che guardare
la ragazzetta che lava.
Seguitando a lavare
alza gli occhi ogni tanto
e mi sorride.

Così mi riconcilio
e vi sorrido.


QUELLA, STRANIERO, ERA LA TORRE

Quella, straniero, era la torre
delle Fiaccole
e le mura ferrate con le dodici porte.
Laggiù tu vedi la fortezza
col palazzo del Trono
e le dimore tutt'intorno
dei cavalieri della Porpora.
E quello il tempio dei Dieci Tetti d'Oro,
il padiglione delle danzatrici
il giardino di Musica
e quello era il terrazzo delle Regine.
Questa per ogni dove
è l'erba lunga delle rovine di Kiù
e quando il vento
scende per le colline
essa sola si muove
ed essa sola
manda lamento.

PAROLE DI UN MAESTRO DI TIRO CON L'ARCO

Non guardare il bersaglio.
Oltre lo spazio e il tempo
guarda il Punto
dove si trova tutto
anche il bersaglio.
La freccia partirà
calamitata.
Ma se il cuore ti sfugge
inorgoglito
e si chiude nell'arco
brucia l'arco
e disperdi le ceneri nel vento.

INVITO A PALAZZO

Il Figlio del Sole
il Lucente
l'Imperatore Celeste
mandò quel suo messaggero


SOPRA UN BASSORILIEVO DONATO DALLO SCULTORE R.C

Là dove al vento lucente si scuote l'alloro divino
musicalmente e il fremito
corre sull'altopiano
verde freschissimo tra le montagne nevose
là furono visti risplendere
i nudi corpi di questi dei.
Uomini o dei io non so,
che Dio non riconosce il suo volto
fuorchè nel volto dell'uomo,
nè l'uomo conosce se stesso
se non contemplando il suo Dio.
Là furono essi sorpresi,
a lungo inseguiti.
Oh grande alata corsa sull'anltopiano,
e grida, affanno quasi mortale e gioia.
Ora qui fermi nel marmo,
risplendono tuttavia
irrangiungibili ancora, sul verde altopiano
là dove al vento si getta l'alloro fremendo
e nell'alloro il vento:
Apollo, chiarezza divina
divina follia.


RACCOLTA D'AUTUNNO

Nel fondo della valle i battitori
percuotono le piante
e l'eco va dall'uno
all'altro monte.
Aria gonfia di pioggia
sopra i rami incurvati;
ogni cosa è pesante
e sempre più si aggrava
e alla terra tende.
Trabocca l'anno
verso la morte;
suoi giorni, i suoi frutti
cadono senza tregua
e si spargono al suolo
presto sfatti.
Senza tregua nel fondo della valle
battono i coglitori
a ramo a ramo
la pianta ricca ancora
perchè si spogli avanti sera.


Dalla Racconta "Fenicotteri"

DALLA BETULLA SI EFFONDE

Dalla betulla si effonde oscurità nel cielo e sulla terra.
forse la sera vi è rimasta tutto il giorno nascosta
per sfuggire alla luce
aprendo gli occhi, invano, a vedere se stessa,
spaurita e percossa da un rombo sconosciuto:
la voce del fiume o il vento tra le montagne o il suo cuore.
ma a poco a poco ciò che si ignora non fa più male;
così semplicemente era tutto: chiudere gli occhi e guardare.
il tempo che lacerava il suo cuore è ora immobile
sogno ed ha un attimo solo.

AD UNA NINFA

Certo dalla notte soltanto potevi nascere tu, così bianca.
solo da un lungo soffrire di tenebre, nivale serenità
che non racchiudi profumo
ma poche gocce, gelide come silenzio lunare,
cui non sovviene da quale cielo siano cadute.
quanti veli dell'anima lacerati
prima di scorgere te, intatta verginità,
appena sfiorate le acque,
come nube che attratta dal proprio sguardo
che la contempla dal lago
sia immobilmente discesa
ed ora in se stessa riposa, senza saperlo.

PIOGGIA IN UNA NOTTE D'INVERNO

Con grave abbandono la pioggia discende dal cielo,
avvolge le case le piante tutta la terra.
per quanto è grande la notte, possiede lo spazio
e senza destare il silenzio, in esso fluisce:
liberazione di pene eternamente taciute.
che nuovo incanto giacere al buio, senza timore
e nel tepore dei miei pensieri
stringermi tenacemente a me stessa
prima che il sonno me ne conduca lontano,
dove, così stranamente, è facile abbandonare ogni cosa
senza sapere di poterla mai ritrovare.

NOTTE D'ESTATE SUL MARE

Fosforescente vaghe sospese sul fondo
isole pallide dissolventisi
in sileziose faville
presto smarrite nel buio.
Come se un veno subacqueo
sopisca là i gelidi fuochi,
qua li ravvivi per un attimo solo.
per un attimo solo e lieve cenere
diffusamente ne piove sul fondo
dove si aprono
incolmabili occhi di morti.
questa si posa in essi
favilla spenta sopra favilla;
di ognuna si riaccende nelle pupille vuote
un sogno:
stella accanto a stella,
interminabile cielo dei morti.

GUARDA ORA

(nessuno si può bagnare due volte nello stesso fiume - Eraclito)

Guarda ora,
guarda
in giardino le statue.
come passa la luna,
veloce tra le nuvole buie,
volgono il viso
con uno stupore che to la può fermare;
ah che sul suo passaggio
la notte di chiude,
ciò che al di là rimane
cosa è per sempre perduta.
Guardami ora;
chi io sia che ti parlo
dimmi: parola di un attimo solo.
ecco, scompare la luna,
riappare.
perchè tu mi guardi?
nulla è più simile a prima:
nè io stessa a me stessa,
nè il pallido viso di quelle statue
al viso che splende
pallidamente ancora nel tuo ricordo,
e già viene meno
e già non è più nel tuo cuore
che una tristezza che tace.

TRAMONTO D'INVERNO IN UNA CHIESA A RAVENNA

(quanto avrà freddo portate il mio cuore a Ravenna)

forse i selvaggi cavalli del mare
sirenati corrono le onde,
le bianche criniere fiammeggianti sopra i marosi;
folle nitrire sovrasta l'immenso ansimare delle acque.
e li sprona la sera che viene veloce
su dal profondo del mare,
forse la sua verde ombra
si allunga già sopra le cose pietrificate.
tutto sarà tra poco
naufragio e terrore,
ulular di marosi su tutta la terra,
alto sibilar della sferza che incalza spietata.
ma qui
su cieli d'oro come risplendono
le candide vesti dei Santi,
estatici gigli
e all'infinito ne fiorisce il giardino.
all'infinito. lasciate
che si racchiudano le acque sopra di noi,
pur che nulla qui venga cambiato
e intatto affondi un tesoro
che fu sempre nascosto.
chè questo è salvarsi: restare
là dove è ciò che non muore,
eternamente immuni d'ogni timore.
la nave sommersa
dolce cosa ascoltar la tempesta,
sognare di Dio che è nei cieli
dal profondo del mare.

FENICOTTERI

viene la sera e accende, quasi richiamo, i suoi fuochi
su tutte le vette dei monti:
fiammeggiano,
a picco su nere valli,
castelli di corallo.
giù nelle valli nere stagni invisibili mandano
gelidi lampi d'argento,
splendono qua e là luci vive:
i fenicotteri bianchi.
bevono lungamente le gelide acque,
lungamente si chiamano,
o chiama forse ognuno la sua eco.
e l'ascolta stupito,
guardano altri
quel magico cerchio di fuochi
sulle montagne.
ma il loro non è che un passare:
nè alla roccia mai apparterranno,
nè alla palude,
nè a cosa alcuna di terra.
attendono solo la notte
e i grandi cieli pieni di vento,
sognano il volo soltanto
altissimo quieto
e il lento migrare con gli astri
in sciami lucenti.


IL SOLE è UNA ROSA PALLIDA

Autunno. Viene dalla terra
un soffio di giore che si sfoglia:
vento che non giugne al cielo
ma delle cose suscita
trasognato vibrare,
lucente irradiarsi di atomi
in attoniti aloni.
E il sole è una orsa pallida
in cielo
così solitaria.
Chiuso nel suo seno è forse
il tempo,
l'uguale battito lieve
che in se stesso ascoltano
come un'eco,
tutte le cose;
cità che senza scomporre i suoi petali
lentamente lo spegne;
il tacito appassire suo
d'ogni sera
nei gelidi cieli
a cui non giunge il ventop,
di tutte le vite morenti trasognato vibrare.

ORA IL PROFUMO DEI GIARDINI DICE

ora il produmo dei giardini dice
che la pioggia è passata.
Sulle terrazze esce la gente
a respirare.
Che silenzio strano
come al principio del tempo.
S'ode distintamente
il cadere qua e là
di una goccia dai rami
e tra la ghiaia dei viali
il risucchio dell'acqua.
E' buio verso la montagna
e lampeggia sovente_
presto verrà la notte
e con la notte, ancora, la tempesta.
Ora però sappiamo
quale conforto e che tristezza
sia questo stare insieme,
dopo che il temporale
chissà dove
ha portato i nostri cuori,
questo indugiare accanto
prima di separarci ancora.
Ora che il buio viene, solo adesso,
ai nostri occhi risplende
la luce di ogni viso
il brillar di ogni foglia,
e, nel silenzio che attende il primo tuono,
come è nuovo
il suono di una voce
lo stormir delle piante,
quel loro grande sospirare
senza dolore.

PER I FIORI DONATI DA UN AMICO

tu hai raccolto per me l'altra sera
i fiori aerei della magnolia.
Quei fiori mi hanno umanamente commossa:
ora che sono appassiti
mi hanno lasciato, un uomano profumo.
Quando li vidi risplendere sugli altissimi rami,
io non pensavo che per me fossero nati,
che dentro di me dovessero
eternamente fiorire.
ed è pur vero: quel che sentiamo più nostro
altri ce l'hanno donato.
Ora per ora da mille creature attingiamo
ciò di cui vive la vita,
soffrire e godere da mille cose
a noi segretametne congiunte,
seppure lontane e ignorate
o per sempre scomparse.
E tutti ci nutre un Dio di se stesso,
uno Spirito immenso che ama
e che mai sarà amato
come grida il suo cuore.
Perchè Egli volle così quella sera
cogliesti per me gli altri fiori della magnolia,
perchè Egli vuol così questa sera
per te scrivo queste parole.

CONFORTO

Luna luna non piangere perchè sei sola.
Il cuore più solitario di tutti
a tutti appartiene.

ELLA SORRIDEVA AI MARINAI

Ella sorrideva ai marinai,
li attirava alla taverna.
Ma poi di nascosto chiedeva
lunghi racconti di mare,
i grandi venti i gabbiani
le nebbie le isole di corallo
la verde luna oceanica
quando si innalza dai ghiacci.
Poche notti era sola.
In quelle notti pensava il mare
i venti i gabbiani
le grandi nebbie e la luna.
E la luna quando è così sola
così nuda tra i ghiacci
e non la ricopre nessuno.

SOPRA UN PENSIERO DI CECHOV

I giorni ugualmente passano
sia che il tuo cuore la febbre lo divori
sia che la pace lo smorzi a poco a poco.
Ugualmente passano i giorni.
Pazienta, cuore, attenti ancora.
Qualche cosa verrà che ti conforti
di ogni febbre, di ogni disincantata pace.


IL TEMPO DELLA NOTTE

Stillano lente gocce
dalle ali della notte.
Goccia dietro goccia
sopra il nudo
cuore ansimante.
Cessa, ribelle cuore
il tuo divincolarti
non puoi rompere le tue catene.
E quando pure
fossi fuggito
la notte è in ogni parte
e le sue ali
larghe nere stillanti.
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