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October 12, 2013
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Capitolo 5


Raimondo mi ha telefonato in ufficio. Mi ha detto che un suo amico (al quale aveva parlato di me) mi invitava a passare la giornata di domenica nella sua capanna al mare, vicino ad Algeri. Gli ho risposto che sarei andato volentieri ma avevo gia promesso a un'amica di passare la giornata insieme. Raimondo ha subito detto che invitava anche lei, la moglie del suo amico sarebbe stata certo molto contenta di non essere sola in mezzo a un gruppo di uomini. Volevo riappendere subito perché so che il principale non è contento che riceviamo telefonate in ufficio. Ma Raimondo mi ha detto di starlo a sentire ancora un momento, che quell'invito avrebbe potuto anche trasmettermelo la sera, ma che adesso voleva avvertirmi di un'altra cosa. Per tutta la giornata era stato seguito da un gruppo di arabi fra cui si trovava il fratello della sua ex amante. "Se lo vedi vicino a casa stasera quando torni dall'ufficio avvertimi." Gli ho detto che l'avrei fatto senz'altro. Poco dopo il principale mi ha mandato a chiamare, e lì per lì sono rimasto male perché pensavo che mi avrebbe detto di telefonare di meno e lavorare di più. Ma non si trattava affatto di questo. Ha detto che voleva parlarmi di un progetto ancora molto vago: voleva soltanto conoscere il mio parere. Aveva l'intenzione di installare un ufficio a Parigi per trattare i suoi affari sul posto, direttamente con le grandi
compagnie, e voleva sapere se io sarei stato disposto ad andarci. Questo mi avrebbe permesso di vivere a Parigi e anche di viaggiare una parte dell'anno. "Lei è giovane, e mi sembra che sia una vita che dovrebbe piacerle." Io gli ho detto di sì, ma in fondo per me era lo stesso. Allora mi ha chiesto se non mi interessava un cambiamento di vita. Ho risposto che non si cambia mai di vita, che del resto tutte le vite si equivalgono e che la mia, così com'era, non mi dispiaceva affatto. Lui mi è parso scontento, mi ha detto che rispondevo sempre a metà, che non avevo ambizione e che questo era disastroso, negli affari. Poi sono tornato al lavoro. Avrei preferito non scontentarlo, ma non vedevo una ragione di modificare la mia vita. A pensarci bene, non ero infelice. Da studente, avevo molte ambizioni di quel genere. Ma dopo che ho dovuto abbandonare gli studi ho capito molto presto che tutte queste cose non avevano una reale importanza. La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva.  
Allora ha voluto sapere se l'amavo. Le ho risposto, come già avevo fatto un'altra volta, che ciò non voleva dir nulla, ma che ero certo di non amarla. "Perchè sposarmi, allora?" mi ha detto. Le ho spiegato che questo non aveva alcuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci. Del resto era lei che me lo aveva chiesto e io non avevo fatto che dirle di sì. Allora lei ha osservato che il matrimonio è una cosa seria. Io ho risposto: "No". è rimasta zitta un momento e mi ha guardato in silenzio. Poi ha parlato: voleva soltanto sapere se avrei accettato la stessa proposta se mi fosse venuta da un'altra donna cui fossi legato nello stesso modo. Io ho detto: "Naturalmente." Allora si è domandata se lei mi amava, e io, su questo punto, non potevo saperne nulla. Dopo un altro istante di silenzio, ha mormorato che ero molto strambo, che certo lei mi amava a causa di questo, ma che forse un giorno le avrei fatto schifo per la stessa ragione. Siccome io tacevo, non avendo niente
da dirle, mi ha preso il braccio sorridendo e ha detto che voleva sposarmi. Io ho risposto che l'avremmo fatto appena lei avesse voluto. Poi le ho parlato della proposta che mi aveva fatto il principale e Maria mi ha detto che le sarebbe piaciuto conoscere Parigi. Le ho raccontato che c'ero vissuto per un certo tempo e lei mi ha chiesto com'era. Le ho detto: "è sporco. Ci sono dei piccioni e dei cortili bui. La gente ha la pelle bianca." Poi, a piedi, abbiamo attraversato la citta per le strade principali. Le donne erano belle e ho chiesto a Maria se lo notava anche lei. Lei ha detto di sì, e che mi capiva. Poi non abbiamo più parlato.
Ma desideravo che restasse con me e le ho detto che potevamo cenare insieme da Celeste. Lei ci sarebbe venuta molto volentieri, ma aveva qualcosa da fare. Eravamo vicini a casa mia e ho fatto per salutarla. Maria mi ha guardato: "Non ti interessa che cosa ho da fare?" Mi interessava saperlo, sì, ma non ci avevo pensato ed era questo che ella sembrava rimproverarmi. Allora, davanti al mio imbarazzo, si è messa a ridere ancora e ha avuto un movimento di tutto il corpo verso di me nel tendermi la bocca.
Ho cenato da Celeste. Avevo già cominciato a mangiare quando è entrata una strana donnina che mi ha chiesto se poteva sedersi al mio tavolo. Naturalmente, poteva accomodarsi. Aveva dei gesti secchi e degli occhi brillanti in una faccia piccola, come una
mela. Si è tolta la giacca, si è seduta e ha consultato febbrilmente la carta. Ha chiamato Celeste e ha ordinato immediatamente tutto quel che c'era con una voce al tempo stesso precisa e precipitosa. Aspettando l'antipasto ha aperto la borsetta, ha tirato fuori un quadratino di carta e una matita, ha fatto in anticipo il conto della cena, poi ha tirato fuori da un borsellino la somma esatta, mancia compresa, e l'ha messa sul tavolo davanti a lei. In quel momento le hanno portato l'antipasto che ha ingerito a gran velocità. Aspettando il piatto seguente, ha tirato fuori
dalla borsetta una matita blu e una rivista coi programmi radiofonici della settimana. Con molta cura, ha sottolineato a una a una tutte le trasmissioni. Poichè la rivista aveva una dozzina di pagine, ha continuato il lavoro meticolosamente durante tutto il pasto. Io avevo già finito di mangiare e lei sottolineava ancora con la stessa attenzione. Poi si è alzata, si è rimessa la giacca con gli stessi gesti precisi da automa e se n'è andata. Siccome non avevo niente da fare, sono uscito anch'io e l'ho seguita un momento.  Camminava sull'orlo del marciapiede con una velocità e una
sicurezza incredibile, andava per la sua strada senza deviare né voltarsi indietro. Ho finito per perderla di vista e per ritornare sui miei passi. Ho trovato che era bizzarra, ma mi sono dimenticato di lei abbastanza presto. Davanti alla mia porta ho trovato il vecchio Salamano. L'ho fatto entrare e mi ha detto che il suo cane era definitivamente perduto, perché al Canile non c'era. Gli impiegati gli avevano detto che forse era andato sotto una macchina. Aveva chiesto se non fosse possibile informarsi ai Commissariati. Gli avevano risposto che non si tiene nota delle cose di questo genere, perché succedono tutti i giorni. Ho detto al vecchio Salamano che avrebbe potuto trovare un altro cane, ma
con ragione lui mi ha fatto osservare che era abituato a quello lì. Ero sdraiato sul letto e Salamano si era seduto su una sedia davanti al tavolo. Mi stava di fronte e teneva le mani sulle ginocchia. Aveva in testa il suo vecchio feltro. Biascicava dei frammenti di frasi sotto i baffi ingialliti. Mi annoiava un po', ma non avevo niente da fare e non avevo sonno. Per parlare di qualcosa, gli ho domandato del suo cane. Mi ha detto che l'aveva avuto dopo la morte di sua moglie. Si era sposato tardi. In gioventù desiderava fare del teatro: al reggimento recitava nei vaudevilles militari. Ma poi era entrato nelle ferrovie e non se ne pentiva perché adesso aveva una piccola pensione. Non era stato felice con sua moglie, ma in fondo aveva finito col farci l'abitudine.  
E quando lei era morta, si era sentito molto solo. Allora aveva
chiesto un cane a un compagno di officina e aveva ricevuto questo, che a quel tempo era molto piccolo. Aveva dovuto dargli da mangiare col biberon. Ma siccome un cane vive meno di un uomo, avevano finito per diventare vecchi insieme. "Aveva un brutto carattere," mi ha detto Salamano. "Di tanto in tanto si trovava da dire, ma in fondo era un buon cane." Gli ho detto che era di bella razza e Salamano ha avuto l'aria contenta "E pensi" ha soggiunto, "che lei non l'ha mai conosciuto prima della sua malattia. Il pelo era la cosa più bella che aveva". Ogni sera e ogni mattina, da quando il cane aveva avuto quella malattia della pelle, Salamano lo ungeva tutto con la pomata. Ma, secondo lui, la vera malattia era la vecchiaia, e della vecchiaia non si guarisce. In quel momento ho fatto uno sbadiglio e il vecchio mi ha annunciato che se ne andava. Gli ho detto che poteva restare, e che mi dispiaceva di quel che era successo al suo cane. Lui mi ha ringraziato. Mi ha detto che la mamma voleva molto bene al suo cane. Parlando di lei la chiamava "la
sua povera mamma". Ha espresso l'opinione che dovevo essere molto infelice da quando era morta la mamma, e io non ho risposto. Allora mi ha detto, molto in fretta e imbarazzato, che sapeva che nel rione mi avevano giudicato male perché avevo messo la mamma all'ospizio, ma lui mi conosceva e sapeva che volevo molto bene alla mamma. Gli ho risposto, non so ancora perché, che non avevo mai saputo che mi si giudicava male da quel punto di vista, ma che l'ospizio mi era parso una cosa naturale, dato che non avevo abbastanza denaro per fare assistere la mamma. "Del resto," ho aggiunto, "era molto tempo che non aveva più niente da dirmi e si annoiava a stare sempre sola." "Sì," mi ha detto lui, "all'ospizio almeno ci si fa degli amici." Poi mi ha chiesto permesso. Voleva andare a dormire. Adesso la sua vita era cambiata e non sapeva bene che cosa avrebbe fatto. Per la prima volta da quando lo conoscevo, con un gesto furtivo, mi ha teso la mano e ho sentito le squame della sua pelle. Ha sorriso e prima di andare via mi ha detto: "Spero che i cani non abbaieranno, stanotte. Mi pare sempre di udire il mio."  
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